Fede e Ragione
È vero: il IV canto dell’Inferno può sembrare una mesta pausa tra le grida sconnesse degli ignavi del canto III e il turbine di vento del celeberrimo canto V. Eppure, proprio in quella “pausa” si nasconde il nocciolo duro dell’inquietudine di chi, come Dante Alighieri, si risveglia alla luce della grazia. O meglio: alla ricerca di una felicità che sembra inizialmente raggiungibile con le sole proprie forze, salvo poi scoprire che questo non è possibile.
È un tema centrale anche nella Bhagavad Gita, dal primo all’ultimo verso. Non è infatti la conoscenza di Arjuna a salvarlo, né la sua “intima amicizia e parentela” con Krishna, ma la misericordia stessa di Krishna. La liberazione nasce da un passaggio di stato coscienziale che matura lungo 700 versi, in un processo graduale in cui insegnamenti e realizzazioni si susseguono capitolo dopo capitolo.
Così sarà anche per Dante.
Il suo viaggio iniziatico deve ancora attraversare l’orrore dell’Inferno e l’espiazione del Purgatorio, ma già nel primo cerchio, nell’oscurità del Limbo, si manifesta una fioca luce: quella della ragione umana. È proprio in questo canto che tale luce prende forma, rinnovando la speranza del pellegrino e insegnandoci che l’onore, inteso come massimo bene e premio delle virtù cardinali, pur non conducendo al cielo, qualifica chi lo possiede e gli ottiene un favore speciale rispetto a chi quelle virtù non ha praticato:
“L’onrata nominanza che di lor suona
su ne la tua vita, grazia acquista in ciel
che sì li avanza.”
Qui, più del battesimo, conta la devozione: quello scatto interiore verso l’abbandono fiducioso a Dio che solo può superare la “sospensione” descritta dal canto. La “Bella Scola”, con al centro “’l maestro di color che sanno”, cioè Aristotele, non si lamenta con gli “alti guai” degli ignavi, non conosce la disperazione dei dannati, ma nemmeno la speranza degli espianti.
È una condizione intermedia, nobile e tragica insieme.
Così l’eterno enigma riecheggia nei sospiri dei limbici, e trova eco nelle parole di Agostino d’Ippona:
Se non fosse che il sentimento dell’uomo giudica in un modo, la giustizia del Creatore in un altro.
Ed è proprio qui il cuore del canto: nel punto esatto in cui la ragione arriva al suo massimo splendore… e insieme al suo limite.
Graziano Rinaldi







