Il canto XVII si apre con l’apparizione di Gerione, richiamato dal gesto misterioso della corda lanciata da Virgilio nel burrone infernale. Dante lo introduce con parole solenni e inquietanti:
«Ecco la fiera con la coda aguzza».
Gerione è la figura della frode, del male che corrompe ogni cosa. Dante dice che essa “tutto appuzza”: la frode contamina, degrada, rende marcio ciò che tocca. È capace di superare monti, di spezzare muri e armature.
Di fronte alla forza aperta ci si può difendere; di fronte all’inganno, invece, la difesa è più difficile, perché l’inganno non si presenta mai come nemico. Si avvicina con un volto rassicurante.
Per questo Gerione è una creatura composita, una “sozza imagine di froda”.
Dante la costruisce con straordinaria potenza simbolica: ha il volto di un uomo giusto, il corpo di serpente, due zampe pelose simili a branche leonine e una coda di scorpione.
Il volto umano rappresenta l’apparenza onesta della frode; il corpo serpentino richiama la torsione, la seduzione, la pericolosità nascosta; le zampe leonine suggeriscono la forza predatoria; la coda di scorpione è il veleno finale, il colpo che arriva quando ormai la vittima si è fidata.
La frode è un male intelligente, mascherato, capace di presentarsi come giustizia e di colpire come veleno. È il peccato che usa ciò che nell’uomo dovrebbe essere più alto, cioè la parola, la ragione, per corrompere la fiducia.
Chiamato da Virgilio, Gerione si posa sull’orlo di pietra che chiude il settimo cerchio. Tiene una parte del corpo appoggiata alla riva e il resto sospeso nel vuoto, guizzando la coda. Dante lo paragona alle chiatte che stanno con la prua sulla sponda e il resto dell’imbarcazione nell’acqua e al “bivero”.
Sono immagini molto concrete, quasi quotidiane, che rendono più visibile l’orrore.
A questo punto Virgilio e Dante devono spostarsi sull’orlo del cerchio. Per evitare la sabbia infuocata e la pioggia di fuoco, compiono dieci passi. Anche questo dettaglio può avere un valore simbolico: dieci sono le bolge di Malebolge, verso le quali stanno per discendere. Nella Commedia nulla è mai soltanto decorativo, tutto rimanda a un significato più profondo. È tipico della mentalità medievale, nella quale il mondo visibile è letto come una trama di segni.
Prima della discesa, Virgilio invita Dante ad andare da solo a vedere gli ultimi abitanti del settimo cerchio: gli usurai.
È un fatto significativo, perché di solito Virgilio accompagna Dante nei momenti di pericolo. Qui invece lo manda da solo. Forse perché Dante non corre un vero rischio spirituale davanti a questo peccato; forse perché l’attaccamento degli usurai gli è estraneo, non lo può risucchiare. Virgilio gli raccomanda soltanto di abbreviare il colloquio, come aveva fatto con gli ignavi: con questi dannati non bisogna indugiare troppo.
Gli usurai sono rappresentati in modo degradato, animalesco. Dante li vede seduti sulla sabbia ardente, sotto la pioggia di fuoco, tormentati dal dolore. I loro occhi sembrano scoppiare fuori dal volto; il loro comportamento ricorda quello dei cani che, d’estate, cercano di difendersi dai morsi di pulci, mosche e tafani. È una scena dura, volutamente umiliante: l’uomo che ha ridotto la propria vita al denaro appare ora ridotto a reazione istintiva, a gesto animale.
Dante non riconosce nessuno di loro dal volto. Gli usurai hanno perso la fisionomia personale. Non sono più riconoscibili come uomini, ma attraverso le borse che portano al collo. Su quelle borse sono raffigurati stemmi familiari: i Gianfigliazzi, gli Obriachi, gli Scrovegni.
Nel buio dell’Inferno quei colori araldici risaltano in modo quasi grottesco: La loro identità non è più nel volto, ma nel segno economico e familiare. La borsa al collo in vita era strumento di potere; ora è segno di condanna. In vita dava prestigio; ora sostituisce il volto.
Tra questi dannati emerge Reginaldo degli Scrovegni, che si rivolge a Dante in modo brusco e scostante. Non cerca un dialogo autentico, non mostra pentimento, non domanda nulla di spirituale, si limita a denunciare l’arrivo futuro di altri usurai: Vitaliano del Dente, padovano, e Giovanni Buiamonti, fiorentino. Anche nell’Inferno, dunque, questi dannati continuano a ragionare secondo appartenenze, rivalità, nomi e reputazioni.
Dante li condanna non semplicemente come banchieri, ma come usurai.
Nel pensiero aristotelico e poi cristiano medievale, l’usura è moralmente riprovevole perché pretende che il denaro generi altro denaro da sé. Ma il denaro, in questa visione, non è fecondo: è uno strumento di scambio, non una realtà viva.
La ricchezza legittima nasce dal lavoro, dall’arte, dalla trasformazione della natura, l’arte discende dalla natura, e la natura discende da Dio. Perciò il lavoro umano, quando è ordinato, partecipa indirettamente all’opera divina. L’usura, invece, rompe questa catena. Vuole produrre ricchezza senza opera, profitto senza servizio. Nel pensiero classico indiano è un vulnus nel varna-ashrama-dharma.
Per la mentalità medievale, il tempo non appartiene all’uomo. Il tempo è bene comune, dono di Dio. L’usuraio, facendo pagare il tempo attraverso l’interesse, pretende di vendere ciò che non possiede, si appropria di qualcosa che appartiene a Dio.
Per questo, nel canto XVII, l’usura è collocata tra i peccati di violenza contro Dio, natura e arte. Non è solo un peccato economico: è una violenza contro l’ordine del mondo. È il denaro separato dal lavoro, dalla giustizia, dalla natura, dalla finalità sociale. È ricchezza che non genera vita, ma consuma vita.
Così i primi ottanta versi del canto XVII preparano il grande passaggio a Malebolge. Da un lato abbiamo gli usurai, che rappresentano una ricchezza sterile e innaturale; dall’altro Gerione, che rappresenta la frode, cioè l’intelligenza pervertita. Dante sta per scendere in una zona ancora più profonda dell’Inferno: non più solo il regno della violenza, ma quello dell’inganno organizzato, del calcolo, della maschera.
Gerione è già lì, sull’orlo dell’abisso: volto umano, corpo serpentino, coda velenosa. È la frode che sorride prima di colpire. Ed è su questa creatura che Dante dovrà salire per continuare il suo viaggio.
Nella parte finale del canto, Dante deve salire sul dorso di Gerione, cioè sulla creatura che rappresenta la frode, il pellegrino deve attraversare l’abisso proprio affidandosi, fisicamente, alla figura simbolica dell’inganno.
Dante è terrorizzato. Sale su “quelle spallacce” di Gerione, ma la paura gli blocca la parola. Vorrebbe chiedere a Virgilio di abbracciarlo, di sostenerlo, di non lasciarlo solo in quel momento. Ma non riesce a dirlo. È uno dei passaggi più umani del canto.
Virgilio comprende Dante senza bisogno che Dante parli. Il maestro autentico non aspetta sempre la richiesta esplicita del discepolo: ne intuisce il turbamento e custodisce la sua fragilità. Per questo Virgilio accoglie Dante e lo abbraccia, ponendosi tra lui, la testa di Gerione e la coda scorpionesca. Dante si fa forte della forza del suo maestro.
Virgilio ordina quindi a Gerione di scendere lentamente, “a larghe rote”, cioè compiendo cerchi ampi. Non deve precipitare, Virgilio non elimina l’abisso, ne regola l’attraversamento, la prova rimane, ma diventa sostenibile.
Gerione comincia allora a muoversi nell’aria, come se nuotasse nel vuoto, scende in un’aria cupa, oscura, pesante, lungo il dirupo che separa il medio e alto Inferno dal basso Inferno.
Finora ha visto passioni disordinate, violenze, ribellioni, bestemmie, attaccamenti. Ora deve scendere in una zona più ambigua, dove il peccato non si mostra più soltanto come forza brutale, ma come maschera, strategia, manipolazione.
La discesa di Gerione è descritta con immagini lente e inquietanti, come una nave che si stacca all’indietro dal molo: prima si allontana dalla riva, poi prende lentamente la sua direzione.
Mentre Gerione scende, Dante comincia a percepire ciò che sta sotto, l’orribile scroscìo del gorgo, il rumore della cascata del Flegetonte che precipita nel fondo. Attorno a lui ci sono oscurità, fuoco, pianti e urla di dannati.
Dante trema, si rannicchia, si raccoglie tutto su sé stesso, non è un eroe impassibile; ha paura. La sua grandezza non consiste nell’assenza di timore, ma nel non sottrarsi al viaggio. Egli scende perché è guidato, ha fiducia.
Alla fine, Gerione deposita Dante e Virgilio nel fondo dell’abisso e subito scompare, rapido come una freccia che lascia la corda: la frode è sfuggente, mobile, insinuante, rapida, proprio come l’inganno. Per Dante si tratta di attraversare una soglia, un altro passaggio iniziatico: l’intelligenza corrotta.
Il pellegrino è terrorizzato.
Anche Arjuna, come Dante, si trova davanti a una soglia che non può attraversare da solo: il campo di battaglia, il dubbio morale, la responsabilità dell’azione. Krishna lo guida come maestro divino, non sostituendosi alla sua libertà, ma illuminandola.
Bhagavad-gītā 11.8: “Ma tu non puoi vederMi con questi tuoi occhi; ti do perciò occhi divini. Guarda il Mio sovrano potere mistico.”
La visione che segue è immensa e tremenda. Arjuna vede Krishna come forma cosmica: luce, potenza, tempo, morte, distruzione, totalità del reale. Questa rivelazione lo colma di meraviglia, ma anche di paura. Per questo chiede a Krishna di tornare a una forma più accessibile:
Bhagavad-gītā 11.45: “Vedendo questa Tua forma mai vista prima, sono pieno di gioia, ma la mia mente è turbata dalla paura. Mostrami dunque quella Tua altra forma, o Dio degli dèi, rifugio dell’universo.”
Krishna allora rassicura Arjuna e modula la visione, perché la rivelazione non distrugga il discepolo
Il maestro sostiene fisicamente Dante mentre scende nell’abisso; Krishna sostiene spiritualmente Arjuna, restituendogli una forma che egli possa contemplare senza esserne travolto.
In entrambi i casi, il maestro autentico non nasconde il reale, ma dona al discepolo la forza e la misura per attraversarlo.
Il passaggio su Gerione può essere letto anche come immagine dell’attraversamento della natura materiale e delle sue forze vincolanti. Dante non può scendere da solo nel regno della frode; allo stesso modo, nella Bhagavad-gītā, Krishna insegna che māyā, la natura materiale costituita dai guṇa, è difficilissima da superare senza affidamento al divino.
Bhagavad-gītā 7.14: “Questa Mia energia divina, formata dalle tre qualità della natura materiale, è difficilissima da superare; ma coloro che si rifugiano in Me solo attraversano questa māyā.”
La parola decisiva è duratyayā: ciò che è arduo, quasi impossibile da oltrepassare. La natura materiale non è un velo fragile che l’uomo possa sollevare con un semplice atto di volontà. È una potenza reale, avvolgente, strutturata dai guṇa. Per questo occorre una guida. Come Dante si affida a Virgilio nel volo su Gerione, così il jīva deve rivolgersi a Krishna per attraversare māyā senza restarne prigioniero.
Paramātmā nella tradizione hindu è il Sé supremo che accompagna ogni jīva dall’interno.
Nella Bhagavad-gītā Krishna non è soltanto il maestro esterno che parla ad Arjuna sul campo di battaglia: è anche la presenza divina nel cuore di tutti gli esseri.
Bhagavad-gītā 13.23: “In questo corpo vi è anche un altro Puruṣa, il Supremo: testimone, consenziente, sostenitore, Signore supremo. Egli è chiamato Paramātmā.”
Bhagavad-gītā 18.61“Il Signore dimora nel cuore di tutti gli esseri, o Arjuna, e dirige il loro cammino, mentre essi sono come posti su una macchina fatta di māyā.”
Il canto XVII mette in scena la frode e l’usura. Dietro queste forme del male si può riconoscere la radice del desiderio bramoso, del kāma, che nella Bhagavad-gītā è presentato come il grande nemico dell’uomo nel mondo materiale. Arjuna chiede a Krishna da che cosa l’uomo sia spinto a compiere il male, anche contro la propria volontà. Krishna risponde:
Bhagavad-gītā 3.37: “È il desiderio, è l’ira, nati dal guṇa della passione. Esso è divoratore, grande peccatore: riconoscilo come il nemico in questo mondo.”
La frode è intelligenza pervertita che nasce dal desiderio bramoso. Quando kāma domina la buddhi, l’intelligenza non guida più: serve l’avidità, costruisce maschere, inventa giustificazioni. Gerione ha volto di uomo giusto, corpo serpentino e coda velenosa: è l’immagine dell’intelligenza che ha smesso di servire la verità e si è posta al servizio del desiderio.
il male nasce quando il desiderio occupa il centro della coscienza, corrompe la memoria del vero bene, distrugge il discernimento e trascina l’uomo verso il basso.
Se la mente è dominata dal panico, diventa nemica: paralizza, toglie la voce, rannicchia l’uomo davanti all’abisso. Se invece è sostenuta dal discernimento, dalla fiducia e dalla guida, può diventare alleata nel passaggio.
Bhagavad-gītā 6.6:“Per chi ha conquistato sè stesso, la mente è il migliore amico; ma per chi non ha dominato sè stesso, la mente agisce come il peggiore nemico.”
Dante non può eliminare la paura, ma può attraversarla se resta unito alla guida.
Virgilio, abbracciandolo, aiuta il discepolo a non essere divorato dalla propria mente.
La paura resta, ma viene contenuta dentro una relazione di fiducia.
Buddhi-yukta: l’intelligenza spirituale nell’azione. Un altro verso importante per leggere il canto XVII è Bhagavad-gītā 2.50, dove Krishna parla dell’uomo unito alla buddhi, cioè all’intelligenza spirituale orientata al discernimento.
Bhagavad-gītā 2.50: “Colui che è buddhi-yukta si libera dal karma in questa vita. Impegnati nello yoga che è l’arte di agire”
Graziano Rinaldi
