Una settimana di ritiro spirituale non è una vacanza.
“Vacanza” rimanda al latino vacare, essere liberi dalle occupazioni, e alla stessa area semantica di vacuum, il vuoto. Ritirarsi significa invece sottrarsi temporaneamente a qualcosa per rivolgersi consapevolmente ad altro.
È precisamente ciò che ci ha proposto l’ultimo incontro col maestro Marco Ferrini: liberarci per alcuni giorni dalle occupazioni ordinarie non per riempire diversamente il tempo, ma per intraprendere un viaggio alla ricerca del nostro baricentro interiore. Un’impresa tutt’altro che semplice, perché l’essere umano è un intreccio complesso di desideri e frustrazioni, passioni e sofferenze, aspirazioni e paure.
Siamo partiti da un dato fondamentale: la persona umana è divisa. È uno specchio infranto i cui frammenti riflettono aspetti particolari nei quali continuamente ci identifichiamo. Vediamo i pezzi del mosaico, ma non riusciamo più a riconoscere il disegno. Questa frammentazione della conoscenza diventa ancora più drammatica in un mondo saturo di informazioni. Non soffriamo per mancanza di dati, ma per incapacità di ordinarli. Quando la velocità di ciò che accade fuori di noi supera la nostra capacità di elaborazione interiore, la vita si frantuma in una molteplicità disordinata. Vengono meno il centro, l’orientamento, il significato.
Ed è precisamente da questa frattura che nascono inquietudine e sofferenza.
Da sempre l’essere umano cerca una risposta alla domanda sul proprio essere nel mondo. Tutti ce la poniamo, consapevolmente o meno. E proprio l’inconsapevolezza è una delle radici più profonde dell’insoddisfazione: si cammina, si desidera, si conquista, si perde, si ricomincia, ma senza conoscere la direzione. Un viaggio senza mèta finisce inevitabilmente per diventare faticoso e disperato.
La tradizione Yoga affronta questa domanda con straordinaria sistematicità.
Il punto di partenza è riconoscere chi testimonia il continuo fluire della vita, superando quella superficiale certezza del “so di esistere” senza sapere realmente chi sia quel soggetto che dice “io”.
E poi occorre comprendere dove siamo.
Siamo ancora nella selva oscura oppure stiamo procedendo verso la luce?
L’essere umano vuole conoscere. Vuole comprendere il perché. Ma troppo spesso ignora il “come”. Perché la vita non si comprende semplicemente accumulando sapere. La vita ci addomestica attraverso le relazioni, che sono il luogo concreto nel quale ciò che crediamo di sapere viene messo alla prova: l’arena nella quale si parrà nostra nobilitate.
Lo Yoga insegna proprio questo: l’arte dell’agire, l’arte del vivere bene. Non aggiunge semplicemente nuove informazioni alle molte che già possediamo, ma ricompone conoscenze frammentate e le trasforma in esperienza. E’ questo uno degli aspetti che più mi ha colpito del Bhakti Yoga: la sua concretezza.
Il Bhakti Yoga non annulla il multiforme per ricondurlo artificialmente a un’uniformità. Lo armonizza conservandone le differenze. Ed è qui che emerge la centralità della compassione.
La compassione è molto più della tolleranza. La tolleranza sopporta l’altro. La compassione entra in relazione con l’altro. È potenza del dialogo, capacità di comprensione, possibilità di trasformazione. È poesia nel significato più alto del termine: non decorazione della realtà, ma capacità di costruire realtà. Ed è, a mio avviso, una delle cure più efficaci per un mondo che sta andando in fiamme.
Questa via ci restituisce anzitutto un rapporto autentico con le parole. Parole sottratte alla propaganda, alla manipolazione, al rumore incessante della comunicazione contemporanea. Parole che tornano ad avere peso, responsabilità, verità. Perché soltanto parole autentiche possono condurci fuori dai turbini mentali dell’ego.
Ho vissuto questo seminario anche come una vera e propria forma di resistenza spirituale alla colonizzazione delle menti prodotta da un nichilismo sempre più autoritario, insulso e folle. La questione non è rifugiarsi fuori dalla realtà, ma tornarvi con maggiore lucidità. Occorre recuperare conoscenza tanto nel campo dell’intelletto quanto in quello del sentimento. Occorre ricomporre ciò che la modernità ha progressivamente separato: la ricerca razionale della conoscenza e la soggettività dell’essere umano che cerca significato, orientamento, pace del cuore. Non dobbiamo scegliere tra ragione e interiorità. Dobbiamo impedire che l’una venga mutilata dell’altra. È un’operazione possibile. Ed è ormai necessaria.
Necessaria per risvegliarsi, ma anche per restituire alle informazioni un orizzonte di senso. Necessaria per orientare una tecnica che, privata di qualsiasi limite e di qualsiasi finalità superiore, sta travolgendo l’umano. La potenza dei nostri strumenti cresce enormemente più in fretta della nostra maturità nel governarli. Quando la tecnica si separa dalla consapevolezza, quando il potere dei mezzi non è accompagnato dalla conoscenza del fine, la volontà di potenza diventa delirio. Ed è questo delirio che sta trasformando il mondo in un inferno incandescente.
Per questo un ritiro spirituale non è una fuga. È esattamente il contrario. Significa prendere temporaneamente distanza dal rumore del mondo per riconquistare il proprio centro; sottrarsi alla dispersione per tornare capaci di vedere; interrompere per qualche giorno il flusso incessante delle occupazioni per comprendere quale direzione vogliamo dare alla nostra vita.
Ci si ritira non per abbandonare il mondo, ma per tornarvi più consapevoli, più liberi e più capaci di agire.
Graziano Rinaldi
P.s. dal 30 ottobre al 01 novembre nuovo incontro sullo stesso tema.
