26 Aprile

A chi sostiene che il 25 aprile ci sia poco da festeggiare, perché non siamo stati davvero “liberati” ma semplicemente “occupati” da una potenza diversa da quella nazista, rispondo che sì, in larga misura è così.
A essere generosi, l’Italia, dopo il 25 aprile 1945, può definirsi uno Stato a sovranità molto, molto limitata.
Sarebbe troppo lungo elencare tutte le forme della colonizzazione a stelle e strisce, che non è stata solo, e neppure principalmente, militare, economica o politica, ma più sottilmente culturale, linguistica, etica: da Hollywood agli 11 miliardi spesi per l’acquisto di aerei da guerra americani, dall’istruzione col sistema dei debiti e dei crediti, fino al cibo, la lista è interminabile. Si potrebbe parlare, senza esagerare, di una vera e propria mutazione antropologica indotta, prodotta sia con la forza sia attraverso la penetrazione capillare nella cultura dominante.
Ma allora, che cosa abbiamo festeggiato ieri?
Chi ha una coscienza vigile, chi non si è lasciato intruppare nell’ottusa contrapposizione ideologica o nella liturgia stanca di un rito civile ormai esausto, ha festeggiato altro: il coraggio, lo spirito civico, il desiderio di riscatto contro il tallone di ferro di uno Stato oppressore e contro la viltà dei collaborazionisti di ieri e di oggi.
Chi ieri ha celebrato il 25 aprile mettendo da parte appartenenze familiari, riflessi ideologici e ritualismi automatici, non ha celebrato il passato. Ha preso posizione contro il presente corrotto e militarista. Ha espresso il desiderio di vivere in uno Stato pacifico e pacificato, liberato dalle contrapposizioni strumentali che vengono sempre scaricate in orizzontale, poveri contro altri poveri, mai dirette verso le élite che esercitano il potere.
Chi ieri non si è limitato a ripetere slogan, ha affermato qualcosa di molto preciso: la volontà di abitare un Paese libero da interferenze esterne, capace di cooperare con tutti i popoli, secondo lo spirito e la lettera della nostra Carta costituzionale.
Ed è proprio qui il centro della questione.
Il 25 aprile 1945 non ci siamo liberati definitivamente dall’oppressione straniera: in larga parte l’abbiamo sostituita con un’altra. Ma da quel momento breve e altissimo di riscatto di un popolo che usciva da vent’anni di persecuzioni politiche, di privazione delle libertà civili e sociali, di violenza e servitù, è nato un gioiello luminoso.
Quel gioiello è la nostra Costituzione.
È lì che vive il senso più profondo del 25 aprile. Non in una retorica svuotata, non in una commemorazione senz’anima, ma nella nascita di un principio di dignità collettiva, di una promessa di libertà, giustizia, pace e sovranità popolare che ancora oggi interpella chiunque conservi rispetto per sé stesso e per la vita civile.
Graziano Rinaldi
26 aprile 2026

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