L’unica origine del molteplice

Bhagavata purana cap 1 canto 3


Il susseguirsi degli avatara e delle loro imprese (lila) descritte in questo capitolo, ci invita a superare la membrana logico-razionale che relega la mitologia nel regno della fantasiosità per accompagnarci nel mondo del sacro.
Attraverso il mito, nell’atanor dell’interiorità umana, si realizza la mutazione alchemica che collega ogni cosa all’Uno, imprimendo nella profondità dell’essere umano una carica metafisica e valoriale, di tale forza da permettere la raffinazione delle pulsioni e delle emozioni in sentimenti che permettono il passaggio dal branco alla comunità:
“Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna” (Par. XXXIII 85-87) mirabile sintesi dell’amore devoto collegato alla visione mistica e, in definitiva, al senso proprio di “religione” nel senso etimologico di “rilegare”.
La prossimità a tale visione, ridimensiona drasticamente la nostra percezione della quotidianità, coi suoi drammi piccoli e grandi, le gioie effimere e i desideri ardenti, sviluppando un distacco sano che è l’antitesi dell’indifferenza e la prevenzione di un doloroso coinvolgimento emotivo. E’ attraverso la via del cuore che entrerà la vera e piena conoscenza dell’essere:
“egli allora vede sé stesso e contemporaneamente vede il Signore”.
L’inverosimile squarcia l’illusione e la Divinità si manifesta nel cuore.
Presi nella spirale della consequenzialità mentale e della progressiva pandemia positivista, ci siamo impietriti tanto duramente nel qui e ora  che persino le narrazioni riguardanti la trascendenza rischiano di  bloccarci ancor più nell’immanenza, come succede nelle pseudo tradizioni consolatorie.
Il profilo disegnato dal Bhagavata Purana corrisponde all’espansione da un unico punto immanifesto (kalpitah) che è all’origine di tutto ciò che è percepibile, comprese le energie psichiche:
 la forma universale del Purusha tutti i sistemi planetari dell’universo riposano in modo immaginario sull’immenso corpo del Purusha” (verso 3)  e’ un Lui che feconda rimanendo “eternamente sul piano spirituale”.
L’umano pertanto non può vedere l’immanifesto con gli occhi o intenderlo col ragionamento, che pure è necessario, poiché il creatore si manifesta alla creatura nel cuore, ovvero in una relazione d’amore che è comunione della parte col tutto:
Poiché vedono nuvole nel cielo e polvere nell’aria, gli esseri di poca intelligenza credono che il cielo sia nuvoloso e l’aria impura. Similmente, essi attribuiscono una forma materiale all’anima spirituale. (verso 31)
La via suggerita dalla tradizione per vedere ciò che non è visibile e udire l’inaudibile, è la costante purificazione che si può ottenere facendo entrare nel cuore lo Shrimad Bhagavatam:
Lo Shrimad Bhagvatam, compilato dall’avarata Vyasadeva, è la manifestazione letteraria di Dio. (verso 40)
La creazione e gli avatara ci fanno intendere che ogni molteplicità sgorga da un’unica fonte, alla quale, se veramente desideriamo la protezione e la salvezza, dovremmo tornare con la coscienza.
Il Signore Cretore è inesprimibile, ma è conquistato dall’amore (bhakti), ovvero si lascia conquistare, ma alla parola manca la potenza per esprimere questa relazione:
“e vidi cose che ridire né sa né può chi di là sù discende” (Par. I, 5-6).
Graziano Rinaldi

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