La Sobrietà dell’Indispensabile

vyasadeva

Vyasadeva è il rishi-avatara che scrisse il Bhagavata Purana, pertanto è lui stesso che ci parla del proprio figlio Shukadeva Goswami quando, giovanissimo, lasciò la famiglia come sannyasi (rinunciante). Il padre descrive il suo struggimento con un sussurro al quale “solo agli alberi, immersi negli stessi sentimenti di separazione, risposero al suo richiamo”: il figlio era già nella realtà trascendente.
Suta Goswami, che ha ascoltato Shukadeva Goswami mentre esponeva il Bhagavata Purana a re Parikshit durante i suoi ultimi sette giorni di vita terrena, risponderà alle domande dei saggi riuniti nella foresta di  Naimisharanya poiché, anche se apparentemente sembreranno questioni del mondo, esse non riguardano aspetti dell’immanenza. La piena realizzazione dell’essere umano consiste infatti nel “soddisfare completamente l’anima”, e ciò coincide nell’incontro con l’amore devoto (bhakti). E’ la bhakti che produce conoscenza (jnana) e distacco emotivo (vayragya) dalle attività materiali. Nel Bhagavata Purana niente ha reale importanza se non in relazione al divino, tutto è strumentale, nulla è fine a sé:
“Le occupazioni che ogni uomo svolge…sono sforzi inutili se non suscitano attrazione per il messaggio del Signore (vishvaksena)”
La continua relazione col Signore (bhakti) attraverso le narrazioni dei suoi devoti riuniti in sat sanga, permette al devoto di agire nel mondo mantenendo il sano distacco, il gusto e la felicità di chi è stabile nella realtà: “allora il nodo del cuore è tagliato e tutti i dubbi dissipati”.
L’unico fine della vita è conoscere il Divino, questo è il messaggio di tutte le scritture sacre, ma ciò non è possibile se la fede s’indirizza su manifestazioni rajasiche o tamasiche come sono le idolatrie materialiste e nichiliste contemporanee.
A differenza dell’animale, gli umani che ragionano provano un’inquietudine estranea ai bruti, che li costringe a chiedersi se l’insoddisfazione che provano di fronte al loro operare, quel senso di mancanza, di non poter raggiungere la perfezione cui aspira una parte della propria personalità, non sia dovuta a una prigionia, una primigenia mancanza di libertà.
Suta Goswami ci trasmette che la devozione a Krishna è il requisito per liberarsi dalle miserie del mondo e dai condizionamenti del superfluo, ed entrare così nella sobrietà dell’indispensabile. La vita umana infatti dovrebbe essere caratterizzata da semplicità di costumi ed elevazione nel pensiero, poichè non nell’immanenza si trova il fine ultimo e supremo dell’uomo:
“Tutte le occupazioni (dharmasya) dell’essere umano devono avere come fine la liberazione (apavargyasya), nessuna deve essere svolta per qualche guadagno materiale”
Non ai frutti, ma a chi offrirli deve essere attento l’uomo, poiché lo scopo degli innumerevoli universi materiali creati da Vishnu, ci dice il Bhagavata Purana, è di provocare negli umani il desiderio di uscirne, non quello di rimanere intrappolati in una vita dedicata a soddisfare desideri effimeri come bolle di sapone.
La pratica della virtù (sattva) e la costante ricerca spirituale, permettono di percepire la nostra vera natura che con gioia e grande senso di pace interiore, scopriremo coincidere con la natura stessa di Dio.
Graziano Rinaldi

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