Inferno canto VII – La Soglia

ALLA FINE DELLA DESCRIZIONE PUOI ASCOLTARE IL VIDEO SULL’OTTAVO CANTO DELL’INFERNO.

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L’ottavo canto dell’Inferno segna un passaggio decisivo nel viaggio di Dante. Non siamo più soltanto davanti alla rappresentazione di una colpa morale: qui il poeta entra in una regione dell’animo e della realtà dove il male si fa più denso, organizzato, resistente. Il canto ha due movimenti fondamentali. Il primo è l’incontro con l’ira, immersa nel fango della palude Stigia; il secondo è l’arrivo alla città di Dite, con la sua porta chiusa e l’impotenza momentanea di Virgilio. Sono due tempi diversi ma profondamente legati, perché entrambi mostrano il limite della coscienza ordinaria davanti alle forze oscure che abitano l’essere umano.
Tra il fango e le esalazioni mefitiche della Stigia, nel quinto cerchio vengono puniti gli iracondi e gli accidiosi. Dante non li descrive come persone riconoscibili, ma come forme umane ormai deformate, anonime, senza volto. È un dettaglio potentissimo: l’ira, quando diventa abito dell’anima, non solo ferisce gli altri, ma dissolve l’identità di chi la ospita. Quelli che in vita furono oscuri a ogni vera conoscenza, ora non sono più che moti ciechi, urti, grida, gorgoglii nel fango. Non c’è più un io saldo, ma soltanto una reazione continua.
Gli antichi avevano già intuito la forza devastante di questa passione. L’Iliade si apre con una parola tremenda: “Cantami, o dea, l’ira di Achille”. L’ira, nel mondo antico, non è un semplice moto psicologico: è una potenza capace di travolgere individui, città, destini. Tutti sappiamo che cosa significhi sentirla crescere dentro di noi. Ma proprio qui nasce la domanda: che cos’è davvero l’ira? È una debolezza, un difetto morale, oppure una forza naturale dell’animo che deve essere compresa e governata?
La grande tradizione spirituale e filosofica ha affrontato questo tema in molti modi. Seneca, gli stoici, gli epicurei, ciascuno con il proprio linguaggio, hanno insistito sul fatto che non sono gli eventi in sé a dominarci, ma il modo in cui li interpretiamo interiormente. La Bhagavad Gītā esprime questa dinamica con straordinaria chiarezza: dal contatto mentale con gli oggetti nasce l’attaccamento, dall’attaccamento il desiderio, dal desiderio frustrato l’ira, e dall’ira la perdita del discernimento. Non si tratta quindi di una semplice reazione improvvisa, ma di un vero processo di oscuramento.
Nel canto VIII tutto questo si traduce in stile. Il linguaggio accelera, il ritmo si spezza, l’atmosfera si fa concitata. Già alla fine del canto precedente, sotto l’alta torre, compaiono due fiammette come segnali di una fortezza. È un dettaglio quasi militare: due fuochi per annunciare che due sono i viandanti in arrivo. La risposta da lontano, nel buio fumoso dell’Inferno, aumenta la tensione. Entriamo in un paesaggio di guerra interiore.
In questo clima appare Flegiàs, figura della rapidità cieca e della violenza sacrilega. Tutto in lui corre, preme, esplode. La sua presenza imprime al canto una velocità rabbiosa, senza misura. Non è solo un personaggio mitologico: è la personificazione di una forza psichica precipitosa, impulsiva, incapace di fermarsi. E subito dopo, nella barca, Dante incontra Filippo Argenti.
Filippo Argenti non è trattato come Francesca o come Ciacco. Non suscita nel poeta né pietà né esitazione. Questo ha sempre colpito i lettori. Perché tanta apparente durezza? La risposta, a mio avviso, è profonda. Dante è entrato in una fase più avanzata del suo cammino iniziatico. Non è più possibile un sentimentalismo verso ciò che ostacola la liberazione interiore. Argenti è il morto spirituale che tenta di trascinare il vivo nel fango. È la tracotanza che non vuole salvarsi, ma coinvolgere altri nella propria oscurità. È, insieme, un individuo storico e un simbolo: l’orgoglio e l’ira che alimentano le discordie civili e l’inferno interiore.
Qui si vede bene un tratto costante della Commedia: in Dante la lettura psicologica e quella politica non sono mai separate. Filippo Argenti appartiene a una Firenze lacerata da rivalità, superbia, violenza di parte. La stessa passione che interiormente acceca, esteriormente diventa guerra civile. L’ira non distrugge soltanto l’anima individuale: corrode il tessuto della convivenza.
Dopo questo episodio, il canto si innalza ulteriormente. Compare la città di Dite. Le sue mura arroventate si stagliano come una soglia invalicabile. Virgilio prova a parlare, ma la porta resta chiusa. I diavoli si oppongono. È un momento decisivo: la ragione, che fin qui ha guidato Dante, incontra un limite. Non perché la ragione sia falsa, ma perché da sola non basta a vincere le forme più profonde del male.
Questo passaggio è di enorme rilievo spirituale. Finché si tratta delle passioni incontrollate, una prima disciplina dell’animo può ancora orientare il cammino. Ma quando si entra nella regione in cui il male coinvolge anche l’intelletto, si struttura, si giustifica, si fa sistema, allora la sola mente non è più sufficiente. Serve un principio superiore. Serve una luce che non venga solo dalla capacità discorsiva, ma da un contatto più alto con il vero.
In questo senso, la città di Dite rappresenta una seconda porta, una soglia interiore più difficile della prima. Non è solo un episodio narrativo: è la figura di un momento che ogni autentico cammino di trasformazione conosce. Ci sono zone dell’essere che non si lasciano sciogliere né con il buon senso né con la cultura né con la semplice volontà morale. Occorre una forza più profonda, una vera grazia, ma anche una disponibilità attiva dell’essere umano a lasciarsi trasformare.
Per questo il canto può essere letto anche alla luce del tema cristiano della discesa agli inferi. Nei Vangeli non esiste un racconto esplicito di questo evento, ma la tradizione cristiana lo ha custodito come parte integrante del mistero pasquale. Cristo discende agli inferi non per evitare all’uomo il combattimento, ma per aprire una via. Dante raccoglie questa intuizione e la traduce in forma poetica: il cristiano non può limitarsi a contemplare la salvezza come qualcosa che avviene al suo posto; deve rivivere personalmente il cammino, attivando in sé le forze divine che rendono possibile la liberazione.
In questa prospettiva, l’ottavo canto dell’Inferno parla anche dell’iniziazione. L’iniziazione non è evasione dal mondo, ma pratica di purificazione. È un’alchimia della psiche. Consiste nel pulire la lente che impedisce allo spirito di manifestarsi. Le forze infernali non possono essere superate con compromessi, né con repressioni superficiali. Devono essere viste, attraversate, vinte mediante un principio più alto di coscienza.
È qui che il parallelo con la sapienza vedica diventa sorprendentemente suggestivo. Nel Rig Veda ricorre più volte l’immagine di Indra che spezza la montagna e libera le vacche della luce, rimaste segregate nella roccia. È un simbolo di apertura, di frantumazione dell’ostacolo, di liberazione di una luminosità imprigionata nella materia e nell’inconscio. In questo senso, il verso dantesco che annuncia un passaggio aperto nella terra richiama una struttura simbolica universale: la rottura di ciò che chiude, la fenditura che permette alla luce di passare.
Il senso ultimo del canto, allora, è forse questo: l’ira non è soltanto una colpa da punire, ma una forza da comprendere nella sua radice; la città di Dite non è soltanto un luogo infernale, ma la figura di quelle regioni interiori in cui il male si irrigidisce e oppone resistenza; Virgilio che si arresta non è una sconfitta della ragione, ma il segno che oltre un certo limite la ragione deve aprirsi a una dimensione più alta.
L’ottavo canto è un canto di soglia. Ci mostra che il viaggio spirituale non consiste nel sentirsi buoni, ma nel diventare veri. Non nel condannare genericamente il male, ma nel riconoscere ciò che in noi ancora gli offre dimora. E ci ricorda che, quando il cammino si fa più difficile, non basta più sapere: bisogna lasciarsi trasformare.
Graziano Rinaldi

 

 

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