La Misura e il Difficile Equilibrio

dante canto VII

 

Nel VII canto dell’Inferno, Dante presenta una seconda coppia di opposti: gli iracondi e gli accidiosi. Gli iracondi esplodono, aggrediscono, distruggono. Gli accidiosi invece si chiudono, si spengono, sprofondano in una tristezza senza forza. Due comportamenti opposti, ma una stessa radice: un’energia interiore che non è stata compresa né governata.
La Bhagavad Gītā descrive esattamente questo meccanismo: “È il desiderio, è l’ira… grande divoratore.” (BG 3.37) L’ira non nasce dal nulla: nasce da un desiderio frustrato, da un attaccamento che non trova soddisfazione. E poco prima la Gītā spiega la dinamica completa: “Dal desiderio nasce l’attaccamento, dall’attaccamento l’ira… dall’ira la perdita di discernimento.” (BG 2.62–63)
Ma questa energia non si manifesta solo come esplosione. Può anche collassare, come nella splendida figura del demone Pluto che si “sgonfia” similmente alle vele di una nave cui si spezza l’albero.
Quando il desiderio si spegne senza essere compreso, quando l’azione viene meno, l’energia si rovescia in inerzia, in torpore, in chiusura. È ciò che nella tradizione indiana viene associato alla qualità di tamas: peso, oscurità, immobilità. Ed è esattamente la condizione degli accidiosi di Dante. L’ira e l’accidia non sono due peccati separati, ma due esiti diversi dello stesso squilibrio.
Da una parte l’energia esplode, dall’altra si spegne. In entrambi i casi, l’uomo perde il centro.
E la Gītā offre una chiave decisiva: non si tratta di eliminare l’energia, ma di governarla senza esserne travolti. Perché l’uomo può essere, dice la Gītā, “amico o nemico di sé stesso.” (BG 6.5)
Dante mostra il risultato finale di questo squilibrio. La Gītā ci indica la genesi, la dinamica e la soluzione. Ma entrambe ci dicono la stessa cosa: quando non conosci ciò che ti muove, sarai mosso.
Graziano Rinaldi
Marzo 2026

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