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Nel V canto dell’Inferno Dante scende nel secondo cerchio, dove incontriamo l’essenza drammatica del peccato di lussuria: non un peccato fisico isolato, ma la scelta interiore che lega l’anima a passioni irrazionali. Il paesaggio infernale è oscuro e tempestoso: le anime dei lussuriosi sono sospinte da un vento incessante, simbolo del loro tumulto interno, della perdita della misura e dell’ordine razionale. Lì Dante incontra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, vittime di un amore disordinato che li ha travolti in vita e ora perpetua la pena nella morte. È la tempesta morale della passione che prende il posto della volontà controllata. Questa rappresentazione ci conduce a una distinzione essenziale: non è l’amore in sé a essere condannato, ma l’amore disordinato, quello che abdica alla ragione. La vera virtù umana, come Dante stesso indica nel Convivio, è la sottomissione degli impulsi alla ragione, un talento umano nobilitante che permette all’intelletto di cogliere il vero e dirigere la volontà. Nel pensiero medievale, come eredità aristotelico-tomista, l’intelletto è la facoltà dell’anima che riconosce il Bene e si rivolge a Dio. È la luce interiore che orienta la volontà verso ciò che è giusto e duraturo. La perdita di questo “bene dell’intelletto” in Dante è tragica: le anime dei lussuriosi vedono il vero, ma non lo scelgono, sono capaci di intendere, ma la loro volontà rimane schiava del disordine. Questo nucleo morale risuona anche nelle grandi tradizioni sapienziali dell’India. Nella Bhagavad Gita, Krishna descrive il desiderio irrazionale come un nemico interiore che nasce dalla passione e oscura la conoscenza: “Il desiderio e l’ira, nati dalla qualità della passione, sono insaziabili e divorano come fuoco l’intelletto.” Lì come qui, la mente che si lascia travolgere dalle pulsioni non conserva più la chiara visione del proprio scopo e della propria natura più alta. Allo stesso modo, nelle Upanishad, l’assetto di coscienza che porta alla liberazione è associato al dominio delle facoltà sensoriali e alla quiete della mente. Quando il desiderio domina, l’anima si perde in un ciclo di attaccamenti che la lascia schiava di forze che non la realizzano. Tornando a Dante, la figura di Francesca si presenta come un personaggio umano fragile, rappresentazione della persona che ama senza comprensione, senza misura. La narrazione dantesca non idealizza il sentimento; infatti, Dante non indica Francesca come una vittima innocente, ma come colei che non resiste alle forze interiori. La sua passione non diventa virtù perché manca di orientamento razionale e consapevole. È significativo che Dante provi profonda pietà per questi due amanti: il poeta sente “smarrimento”, una compassione che va oltre il semplice moralismo, perché riconosce nella passione l’esperienza umana che egli stesso comprendeva intimamente. Tuttavia,la scelta di lasciarsi trascinare è una scelta morale consapevole, non un semplice incidente di percorso. La cultura del tempo non era repressiva nei confronti dell’esperienza amorosa, la poesia cortese, la medicina e la riflessione filosofica medievali trattavano il desiderio come parte integrante della vita. Ma questo non toglie che per Dante la misura e la retta ordinazione delle facoltà umane siano essenziali alla dignità dell’essere umano. È questa misura, rappresentata dal dominio dell’intelletto sulla passione, che distingue l’essere umano dall’essere animale. In ultima analisi, il V canto ci pone davanti a un interrogativo etico permanente: la nostra interiorità è governata dalla volontà libera e consapevole o dalle forze irrazionali del desiderio? Dante e la Bhagavad Gita rispondono con la stessa logica: l’autentico cammino umano è governato dalla trasparenza dell’intelletto e dall’ordine della volontà, non dalla tempesta dei sensi.
