Non può esistere una pace autentica senza verità.
Ma questa affermazione, apparentemente semplice, apre subito una domanda decisiva: di quale verità stiamo parlando?
La verità non è mai immediata né comoda. Presuppone complessità, pensiero critico, capacità di sospendere il giudizio e un atteggiamento di dubbio metodico verso l’informazione che riceviamo. In un’epoca dominata dalla propaganda, da narrazioni selettive e da un flusso continuo di immagini emotivamente orientate, la prima forma di responsabilità civile e morale consiste nel non aderire istintivamente a ciò che ci viene presentato come evidente.
La frettolosità, l’attivismo impulsivo e il desiderio di “stare subito dalla parte giusta della storia” producono spesso l’effetto opposto a quello dichiarato: schieramenti automatici, polarizzazioni ideologiche e decisioni collettive miopi, che finiscono per alimentare conflitti anziché prevenirli.
Complessità contro semplificazione
Viviamo immersi in un ambiente informativo fortemente inquinato. Mezzi di comunicazione finanziati da interessi geopolitici, partiti politici che inseguono il consenso solleticando le emozioni più immediate, narrazioni costruite per ridurre realtà storiche e sociali complesse a schemi binari: buoni contro cattivi, vittime assolute contro carnefici assoluti.
Questa semplificazione della realtà è una potente forma di propaganda. Rassicurante, ma falsa.
E soprattutto pericolosa, perché prepara il terreno alla violenza.
Solidarietà, non tifoseria
Le recenti proteste in Iran mostrano con chiarezza questo meccanismo. Nel giro di poche ore, larga parte dell’opinione pubblica occidentale e delle forze politiche si è schierata senza un’analisi approfondita, adottando una narrazione manichea. Eppure, accanto a manifestazioni inizialmente pacifiche, si sono inseriti gruppi violenti organizzati, armati, capaci di colpire indiscriminatamente, sparando e uccidendo forze dell’ordine e manifestanti.
Essere solidali con chi lotta per la libertà è un dovere morale.
Ma una solidarietà autentica non può prescindere dall’auspicio e dalla difesa di modalità nonviolente, né può trasformarsi in una tifoseria geopolitica che giustifica qualsiasi escalation.
Proteste delle donne iraniane e loro vampirizzazione
Contro ogni autoritarismo, interno ed esterno
Condannare l’autoritarismo è necessario, ovunque esso si manifesti.
Ma questa condanna perde credibilità quando viene utilizzata come pretesto per interventi esterni, destabilizzazioni pilotate o ingerenze che negano, di fatto, il diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Il principio dell’autodeterminazione non è negoziabile.
Ogni cambiamento autentico può nascere solo dall’interno di una società.
L’unica eccezione plausibile potrebbe essere rappresentata da azioni di interposizione o mediazione decise da autorità sovranazionali realmente legittimate. Ma qui si apre una domanda inevitabile e inquietante: quale forza reale e quale indipendenza possiede oggi l’ONU?
Pensare per non essere trascinati
Rifiutare le semplificazioni non significa cadere nel relativismo morale. Esistono responsabilità, esistono vittime, ed esiste il dovere di stare dalla parte di chi soffre. Ma questo dovere non può essere disgiunto dalla ragione, dalla comprensione dei processi storici e dalla vigilanza critica verso ogni forma di propaganda.
Accettare la complessità è faticoso, ma è l’unico antidoto contro la deriva bellica del nostro tempo. In un mondo che spinge allo schieramento rapido e alla semplificazione aggressiva, scegliere di pensare a fondo è già una forma di resistenza.
Prima di chiamare a raccolta le piazze riflettiamo bene, la pace non nasce dall’adesione immediata a una narrazione.
Nasce dalla verità.
E la verità, inevitabilmente, è complessa.
Graziano Rinaldi
