Inattualità della Pace

Guerra come destino?
Nel discorso pubblico contemporaneo è diventata quasi un’evidenza indiscutibile l’idea che la guerra sia una costante antropologica: l’essere umano, si dice, sarebbe strutturalmente violento, competitivo, portato al conflitto. La storia, letta in modo selettivo, sembra confermarlo. Imperi, eserciti, conquiste e rivoluzioni armate scandiscono le grandi narrazioni del passato.
Eppure questa rappresentazione è parziale.
Non solo perché ignora lunghissimi periodi di cooperazione e stabilità, ma soprattutto perché trascura l’esistenza di modelli sociali complessi, sviluppati e duraturi che non hanno posto la guerra al centro della propria organizzazione. Modelli che oggi appaiono “inattuali”, quasi impensabili, proprio perché mettono in crisi le categorie con cui interpretiamo società, economia e potere.
Archeologia e pace: ciò che il passato non conferma
Le ricerche archeologiche degli ultimi decenni hanno profondamente ridimensionato l’immagine di un’umanità primitiva dominata dalla guerra. Le società neolitiche europee studiate da Marija Gimbutas, la civiltà minoica di Creta e, in modo particolarmente eloquente, la civiltà della Valle dell’Indo-Sarasvati mostrano strutture sociali avanzate, urbanizzazione, divisione del lavoro e reti commerciali estese, senza tracce evidenti di militarismo sistematico.
Nel caso della civiltà dell’Indo (III millennio a. C.) parliamo di un’area vastissima, con grandi città pianificate, sistemi idrici e fognari sofisticati, standardizzazione di pesi e misure, ma senza palazzi regali, senza iconografie celebrative del potere, senza eserciti visibili, senza produzione su larga scala di armi. Le città non mostrano segni di distruzioni belliche, né sepolture di massa riconducibili a conflitti armati.
Queste evidenze non indicano un’umanità idealizzata o ingenua, ma qualcosa di più radicale: una società che ha organizzato la complessità senza fondarla sulla guerra.
Ordine simbolico e coesione senza ideologia
Ciò che rende queste civiltà difficili da comprendere oggi non è solo l’assenza di guerra, ma l’assenza di ideologia nel senso moderno del termine. Non troviamo progetti di emancipazione universale né promesse di progresso illimitato, ma un ordine simbolico e rituale condiviso, capace di integrare differenze senza trasformarle in antagonismi strutturali.
In questo quadro si inserisce il modello del Varṇa–Āśrama–Dharma, spesso ridotto a un sistema rigido di caste. Nella sua formulazione originaria, esso non è un’ideologia sociale, ma un principio organicistico: la società è pensata come un corpo, composto da funzioni differenti e complementari, ciascuna necessaria all’equilibrio dell’insieme.
La gerarchia, quando esiste, non è economica né militare, ma simbolica e rituale.
Il confronto con i modelli moderni
Se confrontiamo questo paradigma con i grandi modelli politici ed economici moderni, il contrasto è netto.
Il capitalismo fonda la società sulla competizione e sulla crescita infinita.
Il socialismo tende a centralizzare il potere per correggere le disuguaglianze.
Il liberalismo privilegia i diritti individuali, ma ha perso la strada per anche solo  pensare il bene commune.
Il modello tradizionale indiano si colloca fuori da questa triade, proponendo un principio diverso: ordine prima del potere, funzione prima dell’identità, responsabilità prima del diritto.
Perché un modello senza guerra appare “inattuale”
Un modello sociale senza guerra appare inattuale non perché irrealistico, ma perché incompatibile con l’immaginario moderno, che associa complessità a conflitto e differenza a competizione.
Eppure la storia mostra che tali società sono esistite: non perfette, non statiche, ma capaci di durare secoli senza trasformare la guerra in principio organizzatore.
Il Varṇa–Āśrama–Dharma, come la civiltà dell’Indo o quella minoica, non è un modello da restaurare, ma una lente critica. Ci ricorda che la guerra non è un destino biologico, che la complessità sociale non richiede necessariamente violenza, e che il senso condiviso può essere un collante più potente della coercizione.
In un’epoca segnata da polarizzazione, riarmo e ritorno del linguaggio bellico, l’inattualità di un modello sociale senza guerra diventa paradossalmente la sua più grande attualità.
Non come soluzione pronta, ma come domanda radicale rivolta al nostro modo di abitare il mondo.
Graziano Rinaldi
04 gennaio 2026 (il giorno dopo l’invasione USA in Venezuela)

 

Rispondi