Paradossalmente, proprio laddove il pensiero non duale (advaita) affonda le sue radici più profonde, l’India sembra manifestarsi in contrasti insanabili: la santità accanto al degrado, la miseria senza speranza accanto a una magnificenza incomparabile, l’odore acre dei vicoli mescolato al profumo d’incenso, contraddizioni sconcertanti che si aprono sugli abissi del sacro. Incontrare l’India della tradizione, senza un cuore disposto al pellegrinaggio, è davvero un enigma.
Il viaggio a Vrindavana e a Mayapur, con il Maestro Marco Ferrini e con compagni di cammino pronti a superare gli stereotipi occidentali, mi ha permesso di vivere nella carne ciò che prima si era fermato solo nella mente. Se non possiamo resistere alla potenza delle onde oceaniche, ancor meno possiamo ergere barricate razionali di fronte alla devozione.
Partecipare alla liturgia nel tempio ISKCON di Vrindavana, a qualunque ora del giorno, significa lasciarsi travolgere dalla forza fisica e spirituale del rito. I sacerdoti brahmani, con l’eleganza di una tradizione millenaria, celebrano la gloria del Signore nelle sue infinite manifestazioni; intanto un fiume umano impetuoso – sudato, esultante, incontenibile – attraversa il tempio. I canti diventano presto ritmo mistico, un unico movimento che fonde la contadina arrivata da chissà quale villaggio con il professionista benestante sceso dalla sua automobile. Tutti si accalcano: il tempio, pur ampio, pare sovrapporsi su se stesso in un caos delirante e quasi pericoloso.
Spinto dalla folla, immerso in un calore umido e pungente, scalzo e madido di sudore, mi sono trovato a partecipare con forza a quello che inizialmente mi era sembrato un delirio infernale, ma che si è rivelato invece un bagno di umiltà e di emozione potentissima. Nessun libro può restituire il momento in cui scatta la comunione interiore con il rito. La mia mente occidentale richiamava inutilmente alla memoria le teorie di Gustave Le Bon sulle folle e l’irrazionalità collettiva: le persone attorno a me non erano invasate, erano parte organica del rito, vivevano una tradizione assorbita insieme al latte materno.
Essere dentro la tradizione significa sentirsi cellule vive di un organismo millenario, identificarsi nella sua mitologia, assorbirne le credenze e lasciarsi trasformare. Quella di Vrindavana è tra le più antiche e nobili tradizioni dell’umanità, fondata su principi universali che hanno superato i millenni, penetrando nel cuore di chi canta e danza in onore di Krishna. Ho provato commozione e ammirazione, insieme alla consapevolezza della mia identità occidentale, incapace di contenere tutta la sovrabbondanza di senso a cui stavo partecipando.
Ho visto come la tradizione sappia donare dignità anche nelle condizioni più misere: non come compensazione, ma come coscienza elevata, nutrita da una mitologia grandiosa e popolare. Se i brahmani crescono tra inni vedici e speculazioni delle Upanishad, il popolo più semplice è nutrito dalle storie epiche del Mahabharata e del Ramayana, respirando insieme la vitalità primigenia dei Veda e le profondità filosofiche delle Upanishad.
Così, in quel tempio colmo di vita, ho guardato i bambini che suonavano e cantavano invocazioni a Krishna accanto ai loro genitori. Forse non vivranno in un “giardino ordinato”, ma mi è sembrato che stessero raccogliendo una luce capace di guidarli anche nella “giungla” di uno dei luoghi più popolosi e poveri del pianeta.
Graziano Rinaldi
30 agosto 2025
